lunedì 8 luglio 2013

Angelo, te lo scrivo qui cosa mi è rimasto di questo week end. E te lo scrivo subito, perchè temo di dimenticare il concetto. Volevo andare a Brescia per morire un giorno o due, per distruggermi e distruggere con me le mie debolezze. Convinta che dopo tanta devastazione avrei sentito il bisogno di reagire e di riprendere il mio coraggio a due mani... o tirarlo fuori a morsi, se necessario. E invece è successo altro. E' successo che ho trovato qualcosa, lì, che qui, dove vivo, trovo (quando va bene) in rapporti singoli, ma non in maniera così estesa e capillare: il mutuo soccorso. Quei ragazzi sono gran parte operai licenzianti o cassintegrati, quindi ragazzi con cazzi seri, serissimi, perchè molti di loro hanno un mutuo che non riescono più a pagare e famiglie che non riescono più a mantenere. Che siano bikers e rockers,bevano birra come fosse acqua e Dostoevskij non abbiano mai avuto il tempo di chiedersi chi fosse, conta poco. E' una cosa che li descrive, ma li rappresenta solo in parte. Sorridono, E messi insieme, questi ragazzi, formano una rete di salvataggio in cui tutti sorreggono ognuno. E', se vogliamo, una struttura semplice, antica, preistorica direi, ma è una dinamica che qui, dove vivo, non vedo più, Perchè qui, dove vivo, conta dimostrare cosa hai, che stai bene e sei felice anche se non è vero. E' successo che lì a Brescia, l'operazione soccorso è stata messa in moto, in modo automatico, anche nei miei confronti, Io, che loro non sapevano nemmeno chi fossi, ma che in qualità di avvocato, ai loro occhi, dovevo sembrare una ragazza fortunata. E' probabile però che  l'avessi scritto in faccia che non è che stessi proprio bene. E' stato un tendersi di mani, un respiro nuovo quello che ho sentito lì a Brescia, E lo so che non durerà per sempre, e che mi basterà poco per perderlo, giusto il tempo di risentire lo scrocco individualista che si respira qui, a Bari. Sperò che duri a lungo però. O di rinnovarlo.

mercoledì 3 luglio 2013

La fuga

  • Angelo, ti scrivo qui perché oggi sono un fiume. E fa niente se non risponderai, scrivo io. Che ne ho bisogno. 
    A mia madre hanno diagnosticato l'Alzheimer. Ieri ha minacciato di gettarsi dal ponte e oggi hanno dovuto bloccarla, perché stava per farlo davvero. A casa mia si sta scatenando una guerra fraticida. Cinque sorelle, in un tutte contro tutte, con alcune che rinfacciano ad altre cose vecchie, vecchissime (chi ha avuto più dalla mamma? chi ha avuto meno? chi ha avuto più se ne occupi!) Con me che resto immobile come una statua di sale, incredula, perché questa tegola proprio non l'avevo prevista. E insomma, analizziamo. Ho 36 anni, forse a luglio non avrò i soldi per pagare le tasse, ho una vita emotiva assolutamente instabile, una madre che forse la prossima volta che ci vedremo nemmeno mi riconoscerà, e l'unica rete di salvataggio che credevo di avere, le mie sorelle, si sta strappando da ogni lato. E insomma, a vederla così la faccenda direi che sto proprio nella merda.
    Non ce la faccio a restare qui, mi sembra di impazzire. Vorrei urlare come una pazza e piangere come una disperata e credo che potrei farlo da un momento all'altro. E allora oggi ho organizzato la fuga. Ho prenotato un volo per Milano, trascorrerò una serata alcolica, lì, con alcuni amici, una notte disperata, che mi faccia dimenticare tutto per qualche ora, una notte alla quale spero di non sopravvivere. Ma se sarò così sfortunata da sopravvivere, spero di svegliarmi venerdì in una stanza d'albergo con un grande cerchio alla testa, gli abiti che puzzano di alcol e una idea buona per affrontare tutto questo casino. E sempre che riesca a sopravvivere a tutto questo, raggiungerò altri amici a Brescia e ci resterò fino a domenica. E spero che anche lì ci sia tanto da bere e tanto altro ancora per dimenticare quello che mi aspetta a casa lunedì.
    E insomma, lo so che come strategia di sopravvivenza non è un granché, ma nonostante la sua apparente follia, è la sola cosa sensata che mi sia venuta in mente per affrontare la mia disperazione.
    La vita mi sta chiedendo di prendermi cura di lei. Io che non so badare nemmeno a me stessa. Non son farlo, a 36 anni, non sono pronta. E insomma, il buon senso, la logica, mi suggeriscono di precipitarmi a Taranto. E invece io sto fuggendo a Brescia, come una ladra. Nel tentativo folle di non pensare a ciò che resta qui e che dovrò ritrovare e che non so affrontare. E mi sento anche abbastanza misera per questo. Ma non sono capace di fare diversamente.
    Voglio un week end, uno, che mi distrugga. Mi capisci?


mercoledì 25 gennaio 2012

Hanna ha un dolore allo stomaco che le dura da qualche giorno. Ha pensato fosse colpa della peperonata mangiata nel fine settimana, ma sono trascorsi cinque giorni, la peperonata è bella e digerita e il dolore è ancora lì, nello stesso-identico punto. Hanna ha dovuto convincersi che deve trattarsi di qualcos’altro e visto che non mangia da due giorni non può essere niente di ciò che ha ingurgitato, niente di scaduto, niente che le provochi intolleranze.
Hanna è intollerante a un sacco di cose, poche di natura alimentare in verità, persone soprattutto. Ma le persone non le mangia per principio. 

Red Lilith{LN}

martedì 24 gennaio 2012

il  cesto è pieno, poggiato sul tavolo della cucina. Oggi è più ricco e colorato di qualunque banco di frutta. Ci sono cinque mele verdi, due mele gialle, un’arancia tarocco, due pere dalla polpa bianca. Forse è la cesta del raccolto. Stasera sono due anni che il mio doppio è morto.  Due ore d’aereo dal tuo frutteto, ma è inverno, ed è vuoto.
Sto ascoltando Moby, nessun altro lo ascolta stasera. Ho nelle orecchie l’I-Pod shuttle, quello che mi hai regalato per Natale. Per uno shuttle che mi porti in un qualunque altrove, darei l'intero mio cesto di frutta. Un collega mi chiede se è pronto l’atto per l’udienza del due febbraio. Gli dico che la vita è un casino, che la merda puzza anche se la sotterri e che c’è tempo.
Due anni, due ore, due febbraio. Due mele marce che hanno guastato l’intero cesto. Che Dio vi perdoni.
Ho perso l’arancia, dovrò ripercorrere il sentiero per ritrovarla.
L’ho attraversato altre volte, ma stasera la luna è alta ed è bianca. Stasera il sentiero è meno infido perché la luna rende tutto palese. Stasera il sentiero è più duro, perché la luna rende tutto palese.

Red Lilith{LN}

giovedì 26 maggio 2011

La donna civilizzata ed il suo pollice verde

Alle medie innaffiavo le piante di mia madre. E dopo innaffiavo anche l’albero nel cortile. Volevo fare il giardiniere, me l'ha detto nonna Grazia. Però la nonna, e con lei anche mia madre, voleva che io facessi il giudice, ma andava bene anche l’avvocato. Alle medie avevo il pollice verde, di un bel colore acceso. Mi piaceva potare le foglie secche, veder spuntare i boccioli, travasare la pianticella in vasi sempre più grandi man mano che le radici crescevano. Mi piaceva immergere il naso nei fiori aperti, sentirne i profumi, sporcarmi le mani con la terra bagnata.
Poi ho iniziato a studiare da avvocato e le mani erano imbrattate d’inchiostro anziché di terra. Con gli anni ho perso un po’ del verde che colorava i pollici, di interesse per i boccioli, di attenzione per le foglie da potare, di cura per le piante da travasare. E' che da donna civilizzata quale stavo diventando, iniziavo a sentire il bisogno di spremere la vita a due mani. E’ che ai fiori iniziavo a preferire i frutti. E forse non era neppure questo grande male.
C’è un pianta sul mio balcone. Non la innaffio più, ogni tanto tolgo le foglie secche e i mozziconi di sigaretta che spegne mia sorella nel vaso. Eppure, oggi, su quella pianta così tanto trascurata da essermi quasi estranea, sono sbocciati quattro fiori bianchi. Sono perfetti e neppure con tutte le cure del mondo avrei potuto renderli più belli. Da donna civilizzata mi stupisce un po’ questa cosa che da una pianta abbandonata possa fiorire tanta bellezza. Ma è la natura questa, no? E l’uomo civilizzato, sui suoi processi, conta poco più di niente.

martedì 24 maggio 2011

Quando la sera torno a casa dopo il lavoro, giro la chiave nella toppa e dico “buonasera”. Lo dico a voce alta e scandendo bene le lettere, anche se il bilocale è vuoto. Saluto la casa, in verità, ed è necessario che la casa mi senta chiaramente. In un certo senso, mi rassicura l'idea che il tetto che mi protegge abbia una specie di identità, un abbozzo di anima a cui rendere il saluto.
Quando la sera torno a casa dopo il lavoro, apro il frigorifero che è quasi completamente vuoto, prendo la bottiglia di succo di pompelmo, ma ce n’è solo un dito. Lo yogurt è scaduto da oltre due settimane, le fragole sembrano ricoperte da una strana patina verde. Ci sono tre patate nel cesto delle verdure, ma sono aggrinzite e con le radici. Magari, se fossi uscita un po’ prima dall’ufficio, avrei potuto fare un po’ di spesa. Mi chiedo se non sia rimasta intrappolata anch'io nella ragnatela del consumismo. Magari, sono come quel tipo che tutte le sere mangia il panino del Mcdonald seduto sulla panchina della stazione. Forse anche lui ha un frigorifero vuoto, in una casa vuota ed è uscito tardi dall’ufficio.
Accendo la TV, ma Mentana ha smesso di parlare già da un pezzo. Anche il tubo catodico quando torno a casa la sera è vuoto. O se non è vuoto, è pieno di politici che dicono cazzate. Che poi, in termini qualitativi, è lo stesso.
I Ferrero Rocher che mi ha regalato mio padre per il compleanno li ho messi In bella mostra sul tavolino dell’Ikea, ma sono quasi sciolti. Chissà perché conservo più di quanto consumo. Questa idea di accumulare cadaveri un po’ mi inquieta. Apro il secchio della spazzatura e ci butto dentro le fragole ammuffite, le patate con le radici e i cioccolatini sciolti. Nella secchio della plastica ci butto la bottiglia di succo di pompelmo e il vasetto vuoto dello yogurt. Vorrei buttarci dentro anche la TV con la Santanchè che urla l’ennesima stronzata. Tanto è di plastica anche lei. Ma quella non ci sta dentro il secchio della spazzatura e comunque di certi relitti non ci si libera come di un rifiuto qualunque. Sarebbe bello, però, se si potesse buttare i politici marci insieme alle fragole con la muffa. E non farei neppure la differenziata.

Red Lilith{LN}

mercoledì 11 maggio 2011

Questa mattina, allo specchio, ho visto un profilo che mi era estraneo. Era duro, come certe terre brulle del sud, scarno come certe case di calce arse dal sole e ricoperte d’edera. Molto simile al profilo di mia madre che ricordo di aver visto in una vecchia foto in bianco e nero. Qualcuno ha detto che il primo sintomo della vecchia è che si comincia ad assomigliare alla propria madre. Soltanto pochi giorni fa, mia madre mi aveva confessato di sentire il suo tempo ormai alla fine. Mi aveva pregato, come si fa per chiedere grazia, di sposarmi presto, con un giovane serio e farci un paio di figli. Le avevo risposto con indifferenza di essere ancora troppo giovane per pensarci seriamente. Davanti allo specchio, rifletto su questa idea flessibile del tempo. Se mia madre mi facesse oggi quella stessa domanda, le direi che oramai, per me, non è più tempo, che da troppo giovane che ero sono diventata, ormai, troppo vecchia.
Red Lilith{LN}

venerdì 6 maggio 2011

Giornate fiorite

E’ quasi sera, è maggio ma fa ancora freddo, gli IGM sono alti, ma tutto il resto è a posto, ho sbagliato a prenotare l’aereo, il mio conto è quasi in rosso, ho mal di testa e sono stanca, subisco i postumi di una settimana disintossicante senza alcol e senza grassi. La virtù non è il mio forte, mi rende più acida di una zitella incarognita. A lavoro si prospettano importanti cambiamenti, nessuno accenno ai soldi. Procedo a fatica su corso Vittorio, con la testa che pende da un lato appesantita dai pensieri e le gambe che vanno da sole nello sforzo di raggiungere casa. Vorrei fermarmi in un’enoteca e scolarmi gli ultimi dieci euro che sono rimasti nel portafoglio. Due vecchie per strada accennano ad una festa di paese, capisco che domani si festeggia il Patrono, un buon motivo per lasciar perdere il mio programma alcolico e usare i miei dieci euro per un treno che mi porti via da qui. Certe giornate hanno il profumo delle gardenie appena fiorite. Certe altre puzzano di crisantemi lasciati nell’acqua stantia a imputridire.
Red Lilith{LN}

giovedì 5 maggio 2011

Al microscopio

Stavo leggendo Copote, quando mia sorella Clara rientrò a casa da lavoro. Posò l’ombrello sul pianerottolo, si tolse le scarpe bagnate ed entrò in cucina mentre puliva le lenti degli occhiali. Le chiesi se aveva avuto una giornata pesante, mi disse di si. Seduta comodamente sul divano, le gambe accavallate con eleganza, iniziò a guardarsi intorno. Prese nota del rum sul tavolo, di quanto ce ne fosse ancora nella bottiglia, dei mozziconi spenti nel portacenere. Cercai di nascondere con il piede le mutadine che avevo lasciato a terra, ma non ci riuscii. Credo che passare in rassegna le cose fuori posto della mia vita, fosse per Clara non solo un hobby, ma anche un modo per adempiere al suo ruolo di sorella maggiore.
Clara lavorava in un laboratorio di analisi e immagino avesse sviluppato una certa propensione allo studio di cose e persone attraverso il microscopio. Era abilissima. Una volta notò del cioccolato nella dispensa, ne dedusse che avevo litigato con Armando. Ed era vero.

Voglio scrivere, quindi leggo.

Mio nipote ha letto qualche pagina del mio vecchio blog. Dice che ho una buona penna, che dovrei pensare di scrivere un libro e che con un po' di fortuna e molto allenamento, un giorno, potrei anche diventare una scrittrice di successo. Beh, di sicuro mio nipote o legge poco o è fuori di testa. Mi sono scompisciata dalle risate e gli ho detto che per scrivere storie mi manca l’attitudine e che comunque non ho di queste velleità.
L’altro giorno, però, lusingata da quelle parole, ho aperto una pagina di word con l'intenzione di scrivere il mio primo racconto. Sono rimasta così, rigida come uno stoccafisso, con una tazza di caffè nella mano sinistra ed un pasticciotto ai pinoli nella mano destra. Dopo qualche minuto ho avuto l’illuminazione. Ho indossato un paio di jeans vecchi e sono andata nella libreria sotto casa, quella di fronte al negozio di abbigliamento vintage. Un negozietto un po’ malmesso, con gli scaffali pieni di polvere e mangiati dai tarli. Un posto frequentato dai professori universitari in cerca di edizioni introvabili. Ho fatto un giro tra i corridoi strettissimi, ed ho iniziato a prendere certi libri che ho sempre voluto leggere ma, che per pigrizia non ho mai comprato. Dopo circa 45 minuti, mi sono avvicinata alla cassa con una pila di volumi così lunga che mi copriva gli occhi. Ho posato la pila sul bancone e l’ho passata alla persona che era alla cassa, una donna anziana, con i capelli grigi e lunghi raccolti in una treccia. La vecchia mi ha guardata un po’ perplessa e poi, quasi distrattamente, mentre batteva lo scontrino, mi ha detto: - che ci fa con tutti questi libri?
- Voglio scrivere un racconto.
- E questi a cosa le servono?
- Beh, dovrò pur sapere cosa hanno scritto gli altri, no?
- Ed ha intenzione di leggerli tutti?
- Si, e quando li avrò letti verrò a comprarne altri, finchè non avrò letto tutto ciò che è stato scritto.
- Non ce la farà mai, lei è pazza.
- E allora vorrà dire che non scriverò mai un libro.
Sembrava, quasi persuasa dai miei discorsi, poi, aggrottando un po’ le sopracciglia mi ha detto:
- Fortuna che la maggior parte degli scrittori moderni scrive libri senza leggere, altrimenti noi poveri librai faremmo la fame.
Red Lilith{LN}

Tipa da scoglio. Ma anche no.

Mi ero riproposta di raggiungere Veronica a Savelletri, questo week end. Avremmo fatto chiacchiere piccanti da vecchie amiche, giocato a burraco tutta la notte e, tempo permettendo, avremmo preso un po’ di sole.

Ricordo ancora quell’estate di tanti anni fa, quando incontrai per la prima volta quel suo strano mare. “Ti porto sugli scogli” mi aveva detto Veronica. Ma io non ero esattamente "una tipa da scoglio". Il mio habitat naturale è sempre stato quello delle lunghe spiagge dello Jonio, prive di asperità e di trabocchetti. E tuttavia, l’idea di tuffarmi dagli scogli mi provocò una strana eccitazione.
Ricordo che per raggiungere lo “scoglio grande”, come lo chiamava Veronica, camminammo sotto un sole caldo ma (ancora) piacevole, scavalcammo un muretto a secco cotto dal sole e rivestito di cacche d'uccello, percorremmo pochi metri a piedi nudi sugli scogli. Pochi metri, ma sufficienti a scorticare i miei poveri piedi, evidentemente non abituati alla ruvidità delle pietre.
Ricordo ancora l’odore del mare che inebetiva i sensi, gli schizzi di acqua fredda sulla pelle caldissima, le urla dei pescatori che martellavano la testa. Ricordo soprattutto che quando mi tuffai in quell’acqua nera come la pece e non riuscii a toccare il fondo, ebbi paura. Ricordo che desiderai fuggire, rifugiarmi nel mio Jonio, monotono, ma silenzioso, afoso, ma privo di pericoli. Ricordo bene che quello scoglio era uno strano posto, e che forse non era il mio. Poco più in là c'era una piccola baia, “la caletta”, come la chiamava Veronica, frequentata soprattutto da anziani e da bambini, come mi disse poi. Era piccola, si, ma la trovai bellissima, regina incontrastata di tutte le calette. Gli scogli facevano da corona alla spiaggia, incorniciando di rudezza la dolcezza di quella distesa di sabbia. Non so perché mi è tornata alla memoria quella giornata. Fatto sta che nel week ha piovuto ed ho dovuto rinunciare ai miei propositi. In compenso, però, ho letto “La confraternita dell’uva”. Non c’entra niente, ma lo consiglio.
Red Lilith{LN}

Sorridendo al Perini

Oggi l’aria è tiepida, ti solletica il naso con i suoi pollini. Bari, in primavera, riflette una luce morbida. Sembra bella. Sembra più bella di quanto, forse, non sia davvero. Il Perini è pieno come sempre, ma il panino alle verdure mi fa troppa gola per tornare indietro. Ci sediamo ai tavolini esterni e magari riesco anche a respirare un po’ di brezza di mare. Quella che sa di sale, si, ma anche di alghe essiccate al sole e di pesce appena pescato. Alice mi parla, quieta, come un’onda che si allunga sulla battigia e penso che nessuno ha la capacità che ha lei di trasmettere pace. Martina ride e risponde a gran voce, sguaiata e sincera come sempre. Ascolto, parlo, mangio e non sempre in questo stesso ordine. Sarà il sole. Sarà l’aria di mare. Sarà che il panino è buono come lo ricordavo. Ma credo di avere un sorriso a metà tra Monnalisa ed un indiano che ha appena fumato il suo peyote. Dopo qualche secondo di riflessione e silenzio Alice mi dice: “Sei solare, Monia, sei serena. Penso che Armando ti stia facendo un gran bene”. Non ti ho risposto, Alice, ho abbassato un po’ lo sguardo ed ho sorriso. Però avrei voluto dirle: “Sarà vero, Alice, se lo vedi. O forse sarà la luce morbida di questa primavera che rende le cose ancora più radiose".

Mangio il mio panino alle verdure. E intanto penso che sarebbe bello se qualcuno, guardando gli occhi di Armando, riuscisse a vedere la mia stessa luce.
Red Lilith{LN}

C’est ça.

Mi sono accorta che casetta è un totale casino e che avrei bisogno di una settimana per ridarle un'aria appena vivibile. E’ che quando torno a casa, la sera, la trovo desolantemente vuota. E allora, arruffo il letto, dissemino vestiti sul pavimento… giusto per creare un po’ di folklore.

E poi c’è il mio amico Carlo, che oggi compie gli anni e si è pentito di aver chiesto ad Alessia, la morosa, di andare a vivere con lui. E' successo che Carlo, che prima viveva in una stanza in affitto, ed Alessia, che abitava con i suoi vecchi, cercavano entrambi una nuova sistemazione. Ed è arrivata l’occasione buona: un grande appartamento in pieno centro, che se ti affacci dalla cucina vedi il mare e se ti sporgi dalla finestra della camera da letto ti trovi di testa nel teatro grande. E allora, perché no?, si è detto Carlo. Tanto vale chiedere ad Alessia di andare a vivere insieme e dividere le spese. Chè c’è la crisi e gli affitti sono alti e two is better that one. Vabbè, non fa una piega. Solo, però, che con-vivere con la morosa non è come con-dividere l’appartamento con il collega: e gli umori, e gli ormoni, e le pretese, e le incomprensioni. E poi la differenza è nelle parole: nel primo caso unisci le vite, nel secondo dividi tetto e costi.
Carlo dice che era meglio al tempo dei suoi nonni, quando uomo e donna avevano compiti precisi, quando era l’uomo che guadagnava la pagnotta mentre la donna affermava, orgogliosa, che suo marito non sa neppure dove sono riposte le forchette. Gli ho detto che lui è un po’come suo nonno, ma che Alessia è una donna moderna ed emancipata. Carlo, mi ha guardata un po’ perplesso e mi ha detto, sorridendo, che la sua donna ideale, effettivamente, è la sua nonna.
Carlo ormai si è convinto che uomo e donna non sono fatti per stare sotto lo stesso tetto. Non so se abbia ragione oppure no. Però stasera guarderò la mia casetta vuota e scompigliata e la coccolerò un po’. C’est ça.
Red Lilith{LN}

Cuore bianco di alabastro

E’ un giorno d’autunno, lo vedi dalla pioggia. Cade obliqua sulla finestra che dà sul giardino. La luce del lampione è ancora gialla. Illumina la strada di seppia.
Se ci fossi, potremmo passeggiare a piedi nudi nel giardino. Sarebbe un ritratto di altri tempi.
Red Lilith{LN}

*

Sabato mattina.




In quei due giorni è sempre festa. Basta svegliarsi al mattino e togliersi le coperte di dosso per ridere come matti, e girare nudi per casa, e farci male per scherzo, e tutto è così giocoso e leggero, specialmente di sera, quando siamo stanchi morti, e ce ne stiamo accovacciati sul divano come due gatti assonnati, e troviamo ancora di che ridere e farci bene.
Domenica sera.
Non sopporto i distacchi grevi mascherati da frivoli “arrivederci”. Non sopporto i miei occhi nascosti da occhiali scuri, non sopporto questo ghigno che di giocoso non ha più niente.
Scusa se mi tradisco, scusa il mio malumore, scusa per lo sguardo arrabbiato. Ho truccato gli occhi per l’occasione e, forse, non è stata una buona idea.
Mi incolonno come una formica con decine di altre formiche viaggiatrici della domenica. Mi siedo e leggo un po’. Che male mi potrà mai fare...
Red Lilith{LN}

E chissà la nube di domani cosa porterà.

Alla finestra, un po’ per vezzo, studio le necessità di chi passa e, per necessità mia, ne codifico i processi. Come se la mia sete trovasse sfogo nell’aranciata bevuta dal ragazzo giù nel parco. Come se il mio corpo si forgiasse al contatto tra quei due mocciosi che si salutano all'angolo della strada. Come se esistere fosse improbabile senza ascoltare il brusio di quei vecchi che maledicono, di sotto, questa primavera che non arriva.

E chissà che estate torrida.
E chissà la nube di domani cosa porterà.
Red Lilith{LN}

Come un orcio colmo d’olio.

Si legge troppo, non si scrive più abbastanza.

Come un orcio colmo d’olio.
Mi riempio, ma non mi svuoto più.
Red Lilith{LN}

Un posto che sappia di me

Di un posto in cui tornare, ho bisogno. Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni. Che anche quando sono altrove resti lì, ad aspettarmi. Anche adesso, che ho di nuovo voglio di scappare e diventa sempre più difficile starci bene.

Red Lilith{LN}

19 gennaio. E non cambia niente

Sfoglio internet, ascolto Bjork e sorseggio il mio tè verde. Leggo e resto a distanza. Sghignazzo appena, con quel ghigno amaro che sembra quasi una paresi. Non partecipo più. Congelo il giudizio per domani, lo stipo sullo scaffale alto, quello pieno di polvere e di niente. Sfoglio controvoglia, quanto basta per guardare ciò che gira intorno, comprendere che ci si muove tanto e che non cambia niente. "E sembra che qui nulla si muova, né mai si sia mosso, né mai si muoverà"*. Salvo il mio labbro superiore, che si flette ancora sotto il peso di certi ghigni dal sapore amaro.

Red Lilith{LN}

I giorni neri del calendario

Prima di cominciare a scrivere, mi sfioro le braccia. Che è come abbracciare Te.

Dicono che ho il sorriso triste. Forse perché c’è un sole tiepido che non riscalda, o perché la luce è fuori e rimbalza sui vetri frenati dalle inferriate. E’ che quando la vita pulsa, la sento guizzare veloce come un pesce sulla rena e s’agita in battiti che si rincorrono, separando ciò che è da ciò che è stato. Dicono che ho gli occhi tristi. E' che ricordano con ingordigia i giorni che ho alle spalle e che non sono più. Mi accade in questi momenti, di ripercorrere l’autostrada che taglia i monti, sentire la neve che si posa sul mio berretto di lana, incantarmi al luccichio di una carta di cioccolata. Chissà se è ancora incastrate tra quelle pietre.
Dicono che le cose passano e che poi ritornano. Come le stagioni. E che ritornerò a ripercorrere le stesse strade e a calpestare la stessa terra e non solo nei ricordi. Ritornare. Tipo in quel castello arroccato sull’altura, o in quel bosco pieno di funghi che non ho colto, o su quel sentiero che porta al San Bernardo e che ho percorso assieme a Te.
Dicono che a volte scrivere è come lasciarsi bagnare dalla pioggia. Dicono che la malinconia è passeggera, come le nuvole quando è estate. Io so che come una stagione, va. E che quindi poi torna, che poi inaspettatamente ti riscalda e poi ancora ti abbandona.
Preparo una tazza di tè bollente e traccio un’altra asticella sul calendario. Dicono che dovrei pensare a domani per non sentire il peso di un oggi che non passa. Ma ci sono giorni che vanno vissuti per ciò che sono: attimi che suggeriscono il sentimento della mancanza, giorni di attesa. Importanti come quelli che ho cerchiato in rosso sul calendario.
Red Lilith{LN}