lunedì 2 agosto 2010

amarcord

Certe sere terminano con la stessa domanda con la quale sono iniziate. Non ci è dato conoscere la risposta, forse perché una risposta sola non c’è. Ma ce n’è a decine, una per ogni testa. Così come ci sono decine di risposte al perché ci siamo, al perché ci mostriamo, al perché doniamo e prendiamo pathos, passione, dolore, al perché lo cerchiamo. Ad ognuno la propria risposta.

Eppure certe sere, quelle differenze, che pure sono a volte così significative da dare valore alla diversità, sembrano dissolversi come gocce in un corso d’acqua, e si ha la sensazione di essere parti di un tutto, un tutto più grande di ogni singolo Io, un tutto in movimento perpetuo, un tutto che è un percorso unico che si esprime attraverso noi, attraverso il rapporto di Dominazione-sottomissione, sempre così diverso eppure sempre uguale a se stesso.
La bellezza di certe serate è questa ed è la bellezza di vedere per la prima volta corpi che ci sono estranei ma che racchiudono anime che conoscevamo già intimamente. Ed è la bellezza di ritrovare vecchi amici, stringerli, toccarli quasi a voler essere certi della corporalità dell’altro, quasi che il proprio corpo volesse dire “eccoti, sei vivo… eccomi, sono vivo”. Ed è la bellezza di creare sintonie di carne, legami di sensi, trasfondere sul piano fisico quel che la mente già vive e già conosce.
La bellezza di certe serate sta nel guardare Lui negli occhi, e scoprire dopo due anni quella sfumatura di celeste che non avevo mai visto prima, quella linea sulla guancia, appena più in là dell’angolo sinistra della bocca, così sensuale, così tanto da farmi sentire un fremito in pieno ventre. Lui, sempre e solo Lui, eppure mai uguale a se stesso.
La bellezza di certe serate sta nel poter chiudere gli occhi, restare in silenzio al centro della stanza, in attesa, vestita di essenziale: pvc rosso che denuda l’anima prima ancora del corpo. E in silenzio e ad occhi chiusi gustare l’odore del cuoio, sentire il calore che invade lentamente la pelle e la mente, sentirlo scorre come un brivido lungo la schiena, come un fremito tra le gambe, e aspettare, in silenzio, che il cuoio sfiori ancora la mia pelle, cercando di indovinare quale millimetro del corpo toccherà e come, con quale forza, con quale significato, sapendo che ogni carezza non avrà lo stesso sapore di quella precedente. “Cosa vuoi dirmi con questo tocco”? Formulare mentalmente la domanda, cercare nei sensi la risposta: “questo è perché Io voglio, questo perché tu lo vuoi, questo perché da te voglio tutto, questo perché vuoi darmi tutto, questo perché sei mia, questo perché sono Io il tuo tutto, questo perché voglio restarti addosso come un livido, questo perché vuoi prenderti cura dei ricami che ti lascerò, questo perché la passione ti fa bella, questo perché il dolore che si libera ti rende libera, questo perché della tua energia mi nutro, questo affinchè tu possa nutrirti della mia”.
Certi luoghi raccolgono in sé qualcosa di magico e ti lasciano addosso la soddisfazione di esserci stati, una eccitazione strana, che si protrae per giorni, e la voglia di tornarci ancora. Ed ancora. Ed ancora.
Red Lilith{LN}

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