giovedì 26 maggio 2011

La donna civilizzata ed il suo pollice verde

Alle medie innaffiavo le piante di mia madre. E dopo innaffiavo anche l’albero nel cortile. Volevo fare il giardiniere, me l'ha detto nonna Grazia. Però la nonna, e con lei anche mia madre, voleva che io facessi il giudice, ma andava bene anche l’avvocato. Alle medie avevo il pollice verde, di un bel colore acceso. Mi piaceva potare le foglie secche, veder spuntare i boccioli, travasare la pianticella in vasi sempre più grandi man mano che le radici crescevano. Mi piaceva immergere il naso nei fiori aperti, sentirne i profumi, sporcarmi le mani con la terra bagnata.
Poi ho iniziato a studiare da avvocato e le mani erano imbrattate d’inchiostro anziché di terra. Con gli anni ho perso un po’ del verde che colorava i pollici, di interesse per i boccioli, di attenzione per le foglie da potare, di cura per le piante da travasare. E' che da donna civilizzata quale stavo diventando, iniziavo a sentire il bisogno di spremere la vita a due mani. E’ che ai fiori iniziavo a preferire i frutti. E forse non era neppure questo grande male.
C’è un pianta sul mio balcone. Non la innaffio più, ogni tanto tolgo le foglie secche e i mozziconi di sigaretta che spegne mia sorella nel vaso. Eppure, oggi, su quella pianta così tanto trascurata da essermi quasi estranea, sono sbocciati quattro fiori bianchi. Sono perfetti e neppure con tutte le cure del mondo avrei potuto renderli più belli. Da donna civilizzata mi stupisce un po’ questa cosa che da una pianta abbandonata possa fiorire tanta bellezza. Ma è la natura questa, no? E l’uomo civilizzato, sui suoi processi, conta poco più di niente.

martedì 24 maggio 2011

Quando la sera torno a casa dopo il lavoro, giro la chiave nella toppa e dico “buonasera”. Lo dico a voce alta e scandendo bene le lettere, anche se il bilocale è vuoto. Saluto la casa, in verità, ed è necessario che la casa mi senta chiaramente. In un certo senso, mi rassicura l'idea che il tetto che mi protegge abbia una specie di identità, un abbozzo di anima a cui rendere il saluto.
Quando la sera torno a casa dopo il lavoro, apro il frigorifero che è quasi completamente vuoto, prendo la bottiglia di succo di pompelmo, ma ce n’è solo un dito. Lo yogurt è scaduto da oltre due settimane, le fragole sembrano ricoperte da una strana patina verde. Ci sono tre patate nel cesto delle verdure, ma sono aggrinzite e con le radici. Magari, se fossi uscita un po’ prima dall’ufficio, avrei potuto fare un po’ di spesa. Mi chiedo se non sia rimasta intrappolata anch'io nella ragnatela del consumismo. Magari, sono come quel tipo che tutte le sere mangia il panino del Mcdonald seduto sulla panchina della stazione. Forse anche lui ha un frigorifero vuoto, in una casa vuota ed è uscito tardi dall’ufficio.
Accendo la TV, ma Mentana ha smesso di parlare già da un pezzo. Anche il tubo catodico quando torno a casa la sera è vuoto. O se non è vuoto, è pieno di politici che dicono cazzate. Che poi, in termini qualitativi, è lo stesso.
I Ferrero Rocher che mi ha regalato mio padre per il compleanno li ho messi In bella mostra sul tavolino dell’Ikea, ma sono quasi sciolti. Chissà perché conservo più di quanto consumo. Questa idea di accumulare cadaveri un po’ mi inquieta. Apro il secchio della spazzatura e ci butto dentro le fragole ammuffite, le patate con le radici e i cioccolatini sciolti. Nella secchio della plastica ci butto la bottiglia di succo di pompelmo e il vasetto vuoto dello yogurt. Vorrei buttarci dentro anche la TV con la Santanchè che urla l’ennesima stronzata. Tanto è di plastica anche lei. Ma quella non ci sta dentro il secchio della spazzatura e comunque di certi relitti non ci si libera come di un rifiuto qualunque. Sarebbe bello, però, se si potesse buttare i politici marci insieme alle fragole con la muffa. E non farei neppure la differenziata.

Red Lilith{LN}

mercoledì 11 maggio 2011

Questa mattina, allo specchio, ho visto un profilo che mi era estraneo. Era duro, come certe terre brulle del sud, scarno come certe case di calce arse dal sole e ricoperte d’edera. Molto simile al profilo di mia madre che ricordo di aver visto in una vecchia foto in bianco e nero. Qualcuno ha detto che il primo sintomo della vecchia è che si comincia ad assomigliare alla propria madre. Soltanto pochi giorni fa, mia madre mi aveva confessato di sentire il suo tempo ormai alla fine. Mi aveva pregato, come si fa per chiedere grazia, di sposarmi presto, con un giovane serio e farci un paio di figli. Le avevo risposto con indifferenza di essere ancora troppo giovane per pensarci seriamente. Davanti allo specchio, rifletto su questa idea flessibile del tempo. Se mia madre mi facesse oggi quella stessa domanda, le direi che oramai, per me, non è più tempo, che da troppo giovane che ero sono diventata, ormai, troppo vecchia.
Red Lilith{LN}

venerdì 6 maggio 2011

Giornate fiorite

E’ quasi sera, è maggio ma fa ancora freddo, gli IGM sono alti, ma tutto il resto è a posto, ho sbagliato a prenotare l’aereo, il mio conto è quasi in rosso, ho mal di testa e sono stanca, subisco i postumi di una settimana disintossicante senza alcol e senza grassi. La virtù non è il mio forte, mi rende più acida di una zitella incarognita. A lavoro si prospettano importanti cambiamenti, nessuno accenno ai soldi. Procedo a fatica su corso Vittorio, con la testa che pende da un lato appesantita dai pensieri e le gambe che vanno da sole nello sforzo di raggiungere casa. Vorrei fermarmi in un’enoteca e scolarmi gli ultimi dieci euro che sono rimasti nel portafoglio. Due vecchie per strada accennano ad una festa di paese, capisco che domani si festeggia il Patrono, un buon motivo per lasciar perdere il mio programma alcolico e usare i miei dieci euro per un treno che mi porti via da qui. Certe giornate hanno il profumo delle gardenie appena fiorite. Certe altre puzzano di crisantemi lasciati nell’acqua stantia a imputridire.
Red Lilith{LN}

giovedì 5 maggio 2011

Al microscopio

Stavo leggendo Copote, quando mia sorella Clara rientrò a casa da lavoro. Posò l’ombrello sul pianerottolo, si tolse le scarpe bagnate ed entrò in cucina mentre puliva le lenti degli occhiali. Le chiesi se aveva avuto una giornata pesante, mi disse di si. Seduta comodamente sul divano, le gambe accavallate con eleganza, iniziò a guardarsi intorno. Prese nota del rum sul tavolo, di quanto ce ne fosse ancora nella bottiglia, dei mozziconi spenti nel portacenere. Cercai di nascondere con il piede le mutadine che avevo lasciato a terra, ma non ci riuscii. Credo che passare in rassegna le cose fuori posto della mia vita, fosse per Clara non solo un hobby, ma anche un modo per adempiere al suo ruolo di sorella maggiore.
Clara lavorava in un laboratorio di analisi e immagino avesse sviluppato una certa propensione allo studio di cose e persone attraverso il microscopio. Era abilissima. Una volta notò del cioccolato nella dispensa, ne dedusse che avevo litigato con Armando. Ed era vero.

Voglio scrivere, quindi leggo.

Mio nipote ha letto qualche pagina del mio vecchio blog. Dice che ho una buona penna, che dovrei pensare di scrivere un libro e che con un po' di fortuna e molto allenamento, un giorno, potrei anche diventare una scrittrice di successo. Beh, di sicuro mio nipote o legge poco o è fuori di testa. Mi sono scompisciata dalle risate e gli ho detto che per scrivere storie mi manca l’attitudine e che comunque non ho di queste velleità.
L’altro giorno, però, lusingata da quelle parole, ho aperto una pagina di word con l'intenzione di scrivere il mio primo racconto. Sono rimasta così, rigida come uno stoccafisso, con una tazza di caffè nella mano sinistra ed un pasticciotto ai pinoli nella mano destra. Dopo qualche minuto ho avuto l’illuminazione. Ho indossato un paio di jeans vecchi e sono andata nella libreria sotto casa, quella di fronte al negozio di abbigliamento vintage. Un negozietto un po’ malmesso, con gli scaffali pieni di polvere e mangiati dai tarli. Un posto frequentato dai professori universitari in cerca di edizioni introvabili. Ho fatto un giro tra i corridoi strettissimi, ed ho iniziato a prendere certi libri che ho sempre voluto leggere ma, che per pigrizia non ho mai comprato. Dopo circa 45 minuti, mi sono avvicinata alla cassa con una pila di volumi così lunga che mi copriva gli occhi. Ho posato la pila sul bancone e l’ho passata alla persona che era alla cassa, una donna anziana, con i capelli grigi e lunghi raccolti in una treccia. La vecchia mi ha guardata un po’ perplessa e poi, quasi distrattamente, mentre batteva lo scontrino, mi ha detto: - che ci fa con tutti questi libri?
- Voglio scrivere un racconto.
- E questi a cosa le servono?
- Beh, dovrò pur sapere cosa hanno scritto gli altri, no?
- Ed ha intenzione di leggerli tutti?
- Si, e quando li avrò letti verrò a comprarne altri, finchè non avrò letto tutto ciò che è stato scritto.
- Non ce la farà mai, lei è pazza.
- E allora vorrà dire che non scriverò mai un libro.
Sembrava, quasi persuasa dai miei discorsi, poi, aggrottando un po’ le sopracciglia mi ha detto:
- Fortuna che la maggior parte degli scrittori moderni scrive libri senza leggere, altrimenti noi poveri librai faremmo la fame.
Red Lilith{LN}

Tipa da scoglio. Ma anche no.

Mi ero riproposta di raggiungere Veronica a Savelletri, questo week end. Avremmo fatto chiacchiere piccanti da vecchie amiche, giocato a burraco tutta la notte e, tempo permettendo, avremmo preso un po’ di sole.

Ricordo ancora quell’estate di tanti anni fa, quando incontrai per la prima volta quel suo strano mare. “Ti porto sugli scogli” mi aveva detto Veronica. Ma io non ero esattamente "una tipa da scoglio". Il mio habitat naturale è sempre stato quello delle lunghe spiagge dello Jonio, prive di asperità e di trabocchetti. E tuttavia, l’idea di tuffarmi dagli scogli mi provocò una strana eccitazione.
Ricordo che per raggiungere lo “scoglio grande”, come lo chiamava Veronica, camminammo sotto un sole caldo ma (ancora) piacevole, scavalcammo un muretto a secco cotto dal sole e rivestito di cacche d'uccello, percorremmo pochi metri a piedi nudi sugli scogli. Pochi metri, ma sufficienti a scorticare i miei poveri piedi, evidentemente non abituati alla ruvidità delle pietre.
Ricordo ancora l’odore del mare che inebetiva i sensi, gli schizzi di acqua fredda sulla pelle caldissima, le urla dei pescatori che martellavano la testa. Ricordo soprattutto che quando mi tuffai in quell’acqua nera come la pece e non riuscii a toccare il fondo, ebbi paura. Ricordo che desiderai fuggire, rifugiarmi nel mio Jonio, monotono, ma silenzioso, afoso, ma privo di pericoli. Ricordo bene che quello scoglio era uno strano posto, e che forse non era il mio. Poco più in là c'era una piccola baia, “la caletta”, come la chiamava Veronica, frequentata soprattutto da anziani e da bambini, come mi disse poi. Era piccola, si, ma la trovai bellissima, regina incontrastata di tutte le calette. Gli scogli facevano da corona alla spiaggia, incorniciando di rudezza la dolcezza di quella distesa di sabbia. Non so perché mi è tornata alla memoria quella giornata. Fatto sta che nel week ha piovuto ed ho dovuto rinunciare ai miei propositi. In compenso, però, ho letto “La confraternita dell’uva”. Non c’entra niente, ma lo consiglio.
Red Lilith{LN}

Sorridendo al Perini

Oggi l’aria è tiepida, ti solletica il naso con i suoi pollini. Bari, in primavera, riflette una luce morbida. Sembra bella. Sembra più bella di quanto, forse, non sia davvero. Il Perini è pieno come sempre, ma il panino alle verdure mi fa troppa gola per tornare indietro. Ci sediamo ai tavolini esterni e magari riesco anche a respirare un po’ di brezza di mare. Quella che sa di sale, si, ma anche di alghe essiccate al sole e di pesce appena pescato. Alice mi parla, quieta, come un’onda che si allunga sulla battigia e penso che nessuno ha la capacità che ha lei di trasmettere pace. Martina ride e risponde a gran voce, sguaiata e sincera come sempre. Ascolto, parlo, mangio e non sempre in questo stesso ordine. Sarà il sole. Sarà l’aria di mare. Sarà che il panino è buono come lo ricordavo. Ma credo di avere un sorriso a metà tra Monnalisa ed un indiano che ha appena fumato il suo peyote. Dopo qualche secondo di riflessione e silenzio Alice mi dice: “Sei solare, Monia, sei serena. Penso che Armando ti stia facendo un gran bene”. Non ti ho risposto, Alice, ho abbassato un po’ lo sguardo ed ho sorriso. Però avrei voluto dirle: “Sarà vero, Alice, se lo vedi. O forse sarà la luce morbida di questa primavera che rende le cose ancora più radiose".

Mangio il mio panino alle verdure. E intanto penso che sarebbe bello se qualcuno, guardando gli occhi di Armando, riuscisse a vedere la mia stessa luce.
Red Lilith{LN}

C’est ça.

Mi sono accorta che casetta è un totale casino e che avrei bisogno di una settimana per ridarle un'aria appena vivibile. E’ che quando torno a casa, la sera, la trovo desolantemente vuota. E allora, arruffo il letto, dissemino vestiti sul pavimento… giusto per creare un po’ di folklore.

E poi c’è il mio amico Carlo, che oggi compie gli anni e si è pentito di aver chiesto ad Alessia, la morosa, di andare a vivere con lui. E' successo che Carlo, che prima viveva in una stanza in affitto, ed Alessia, che abitava con i suoi vecchi, cercavano entrambi una nuova sistemazione. Ed è arrivata l’occasione buona: un grande appartamento in pieno centro, che se ti affacci dalla cucina vedi il mare e se ti sporgi dalla finestra della camera da letto ti trovi di testa nel teatro grande. E allora, perché no?, si è detto Carlo. Tanto vale chiedere ad Alessia di andare a vivere insieme e dividere le spese. Chè c’è la crisi e gli affitti sono alti e two is better that one. Vabbè, non fa una piega. Solo, però, che con-vivere con la morosa non è come con-dividere l’appartamento con il collega: e gli umori, e gli ormoni, e le pretese, e le incomprensioni. E poi la differenza è nelle parole: nel primo caso unisci le vite, nel secondo dividi tetto e costi.
Carlo dice che era meglio al tempo dei suoi nonni, quando uomo e donna avevano compiti precisi, quando era l’uomo che guadagnava la pagnotta mentre la donna affermava, orgogliosa, che suo marito non sa neppure dove sono riposte le forchette. Gli ho detto che lui è un po’come suo nonno, ma che Alessia è una donna moderna ed emancipata. Carlo, mi ha guardata un po’ perplesso e mi ha detto, sorridendo, che la sua donna ideale, effettivamente, è la sua nonna.
Carlo ormai si è convinto che uomo e donna non sono fatti per stare sotto lo stesso tetto. Non so se abbia ragione oppure no. Però stasera guarderò la mia casetta vuota e scompigliata e la coccolerò un po’. C’est ça.
Red Lilith{LN}

Cuore bianco di alabastro

E’ un giorno d’autunno, lo vedi dalla pioggia. Cade obliqua sulla finestra che dà sul giardino. La luce del lampione è ancora gialla. Illumina la strada di seppia.
Se ci fossi, potremmo passeggiare a piedi nudi nel giardino. Sarebbe un ritratto di altri tempi.
Red Lilith{LN}

*

Sabato mattina.




In quei due giorni è sempre festa. Basta svegliarsi al mattino e togliersi le coperte di dosso per ridere come matti, e girare nudi per casa, e farci male per scherzo, e tutto è così giocoso e leggero, specialmente di sera, quando siamo stanchi morti, e ce ne stiamo accovacciati sul divano come due gatti assonnati, e troviamo ancora di che ridere e farci bene.
Domenica sera.
Non sopporto i distacchi grevi mascherati da frivoli “arrivederci”. Non sopporto i miei occhi nascosti da occhiali scuri, non sopporto questo ghigno che di giocoso non ha più niente.
Scusa se mi tradisco, scusa il mio malumore, scusa per lo sguardo arrabbiato. Ho truccato gli occhi per l’occasione e, forse, non è stata una buona idea.
Mi incolonno come una formica con decine di altre formiche viaggiatrici della domenica. Mi siedo e leggo un po’. Che male mi potrà mai fare...
Red Lilith{LN}

E chissà la nube di domani cosa porterà.

Alla finestra, un po’ per vezzo, studio le necessità di chi passa e, per necessità mia, ne codifico i processi. Come se la mia sete trovasse sfogo nell’aranciata bevuta dal ragazzo giù nel parco. Come se il mio corpo si forgiasse al contatto tra quei due mocciosi che si salutano all'angolo della strada. Come se esistere fosse improbabile senza ascoltare il brusio di quei vecchi che maledicono, di sotto, questa primavera che non arriva.

E chissà che estate torrida.
E chissà la nube di domani cosa porterà.
Red Lilith{LN}

Come un orcio colmo d’olio.

Si legge troppo, non si scrive più abbastanza.

Come un orcio colmo d’olio.
Mi riempio, ma non mi svuoto più.
Red Lilith{LN}

Un posto che sappia di me

Di un posto in cui tornare, ho bisogno. Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni. Che anche quando sono altrove resti lì, ad aspettarmi. Anche adesso, che ho di nuovo voglio di scappare e diventa sempre più difficile starci bene.

Red Lilith{LN}

19 gennaio. E non cambia niente

Sfoglio internet, ascolto Bjork e sorseggio il mio tè verde. Leggo e resto a distanza. Sghignazzo appena, con quel ghigno amaro che sembra quasi una paresi. Non partecipo più. Congelo il giudizio per domani, lo stipo sullo scaffale alto, quello pieno di polvere e di niente. Sfoglio controvoglia, quanto basta per guardare ciò che gira intorno, comprendere che ci si muove tanto e che non cambia niente. "E sembra che qui nulla si muova, né mai si sia mosso, né mai si muoverà"*. Salvo il mio labbro superiore, che si flette ancora sotto il peso di certi ghigni dal sapore amaro.

Red Lilith{LN}

I giorni neri del calendario

Prima di cominciare a scrivere, mi sfioro le braccia. Che è come abbracciare Te.

Dicono che ho il sorriso triste. Forse perché c’è un sole tiepido che non riscalda, o perché la luce è fuori e rimbalza sui vetri frenati dalle inferriate. E’ che quando la vita pulsa, la sento guizzare veloce come un pesce sulla rena e s’agita in battiti che si rincorrono, separando ciò che è da ciò che è stato. Dicono che ho gli occhi tristi. E' che ricordano con ingordigia i giorni che ho alle spalle e che non sono più. Mi accade in questi momenti, di ripercorrere l’autostrada che taglia i monti, sentire la neve che si posa sul mio berretto di lana, incantarmi al luccichio di una carta di cioccolata. Chissà se è ancora incastrate tra quelle pietre.
Dicono che le cose passano e che poi ritornano. Come le stagioni. E che ritornerò a ripercorrere le stesse strade e a calpestare la stessa terra e non solo nei ricordi. Ritornare. Tipo in quel castello arroccato sull’altura, o in quel bosco pieno di funghi che non ho colto, o su quel sentiero che porta al San Bernardo e che ho percorso assieme a Te.
Dicono che a volte scrivere è come lasciarsi bagnare dalla pioggia. Dicono che la malinconia è passeggera, come le nuvole quando è estate. Io so che come una stagione, va. E che quindi poi torna, che poi inaspettatamente ti riscalda e poi ancora ti abbandona.
Preparo una tazza di tè bollente e traccio un’altra asticella sul calendario. Dicono che dovrei pensare a domani per non sentire il peso di un oggi che non passa. Ma ci sono giorni che vanno vissuti per ciò che sono: attimi che suggeriscono il sentimento della mancanza, giorni di attesa. Importanti come quelli che ho cerchiato in rosso sul calendario.
Red Lilith{LN}

Vado a fare quattro passi

Vado a fare quattro passi e mi rilasso. La solita lucertola che si distende al sole. Da te è inverno ancora, qui è già primavera. E la distanza tra il Tuo posto ed il mio è nei gradi molto più che nei chilometri.

Continuo ad avere piedi e mani gelidi. Proteggimi dal freddo: mi basterebbe questo, ora.
Tra un’impronta e un'altra disegno iperboli grandiose e capisco che le gambe si muovono al mio posto. E' un incedere meccanico che conduce in nessun dove, mentre sento quel riflesso familiare di neve e di passi, così lontani dai questi miei, così vicini alle tue coordinate. Questa notte ho rispolverato Einaudi. Così, per cacciare questo gelo che non è solamente fisico, per placare questa insonnia che non è solo fermento dei sensi.
Sparisce il freddo, qualcuno se lo prende. Spariscono le impronte, forse ne sentirò la mancanza più avanti. Vado a fare altri quattro passi. Proteggimi dal freddo per quest’altro inverno.
Red Lilith{LN}

I saluti, i silenzi

Essere alla ricerca di una risposta come di un'altra, quando le domande sono belle e morte. Riversare parole su altre parole, valanghe che scendono nel villaggio a valle, villaggio sepolto dalle valanghe, senza alcuna ragione. Domande che non abbracciano risposte, come abbracci senza braccia, come braccia senza carne e senza ossa. Che senso ha tutto questo per un uomo? Non si muove niente, nessuno parla alle valanghe che tumulano villaggi.

- Che cosa senti quindi, che cosa pensi?
Domande che non muovono alcuna replica. I saluti, i silenzi. Descrivono la mia immagine, ma la mia immagine non mi descrive.
Red Lilith{LN}

Fuoco di pece

Sento un tappeto di trifogli sotto i piedi nudi. Invece è neve che mi raggela il fiato e riveste il prato che circonda la Tua casa. In quel deserto di bianco, non vedo che Nero. Non odo vento, né passi, né fruscio di fronda. Eppure il vento è fra i trifogli. Senti il fruscio della mia gonna scozzese? Vortica al suono di una cornamusa, come quelle delle ballerine di Glasgow quando fanno festa.

Per la gente l’unione del Rosso e del Nero è distruzione. Per me somiglia al vorticare delle ragazze di Glasgow, scosse dal suono di un motivo noto. Rosso fuoco e Nero pece. Come un tonfo sordo, che sale dal mio fondo e scende dal tuo apice. Come un odore arioso che porta Vento e neve al naso.
Red Lilith{LN}

Ci siamo quasi

Ci siamo quasi e in un certo senso ci sono già. Tra poche ore salirò su quell’ammasso di latta che così tanto e così tante volte ho detestato. Quello che strazia la mia carne perché la separa dalla tua. Quello benefattore però, anche, perché ricongiunge ciò che la geografia allontana.

Per qualche giorno mi sentirò una gemma incastonata tra monti innevati. Spero che nevichi l’ultimo dell’anno. Spero si possa assaggiare il sugo di funghi. Spero si possa correre a piedi nudi sotto il melo e raggomitolarsi poi, al caldo, sul divano. Spero ci sia tempo per i nostri sorrisi di bambini e per i miei giochi di puttana.
Spero, mentre osservo le cime dei pini mosse da un vento debole e le fronde tremule illuminarsi sotto i raggi di un placido sole d’inverno.
Ci siamo quasi, si, e in certo senso ci siamo già.
Red Lilith{LN}

I carichi, già i carichi

I carichi. Già, i carichi.

Bisognerebbe porre un limite ai carichi con cui gli uomini possono aggravare i propri giorni. L’assenza di carichi rende insensibili al terreno che è sotto i piedi. L’eccesso di carichi, nel ricurvare lo scheletro sotto il troppo peso, impedisce ai polmoni di respirare appieno e alle pupille di rispecchiarsi nella luna.
Già. I carichi. Anche abituarsi alla loro presenza o mancanza in fin dei conti è un male. Il cambiamento di pesi destabilizza, toglie equilibrio e impone la ricerca di un assetto nuovo. Forse la vita è poco più di questo. Un continuo assestamento dei propri pesi.
Red Lilith{LN}

*

C’è una luna bianca come una vergine, piena come una donna gravida, che smuove il mio respiro sopito e m’inonda i fianchi con desideri nuovi.

Sono carta velina e mi acceco di candore.
Il mio volto desidera smarrirsi tra le cime innevate che qui non vedo, smarrirsi tra le immagine di un inverno dipinto all’acquerello.
L’anelito della tua terra affonda il mio volto nella neve che riveste il tuo giardino, cogliendo con i denti il seme che il terriccio ricopre.
La luna candida e gravida risveglia il mio corpo dal suo sonno letargico. E placido. Come la neve che scende sui tuoi occhi. E che stasera posso solo ricordare.
Red Lilith{LN}

Sangue impazzito

Un suono si spegne adagio, eroso sotto il palato. Nel silenzio, sento il mio sangue infetto invocare il tuo. S’aggruma e impazzisce come una crema inglese sbattuta male. Cerco la ragione, la stessa che avresti trovato tu. Ragione tu sei, senso e riflessione, sesso e rifrazione. Di passione l’utero s’investe e s’ammala. Un distillato di senso che il mio corpo non sa contenere. Che io non so più contenere.
Red Lilith{LN}

La nascita delle cose segrete

Ieri era un reticolo, oggi una fitta sinistra o qualcosa cresciuta nel posto sbagliato.

C’è una ferita aperta in qualche anfratto della mente, che non si chiude.
Forse è vero che la materia esterna le tensioni dello spirito.
Credo che dovrei evitare il conflitto. Credo che dovrei distogliere lo sguardo da ciò che intristisce i miei occhi.
Ma come si fa, a rinnegare ciò che esiste?
Red Lilith{LN}

Per superare l'inverno

Non ci sono coperte a sufficienza per nascondere tutti dalla morsa agghiacciante del freddo. E allora ognuno si ingegna come può: un trastullo qualunque, un bicchiere di whisky, foglie di ortiche da stringere tra le mani.

Io, indosso un grande cappotto di lana sopra un vestito di latex nero. Al latex come al museo delle cere, ci arriva soltanto chi ne ha voglia. Ed io, ho scoperto che il latex mi veste bene, molto meglio del pizzo, ad esempio. Non sto a chiedermi il perché. E’ una questione di personalità, così come il fatto che non mi piaccia il whisky o che ci siano trastulli che non mi riscaldano neanche un po’.
Quando non posso vestire di latex, mi riscaldo scrivendo. Ci sono giorni, poi, in cui viene meno la voglia. In quei giorni leggo. Leggo libri. Di carta. Carta stampata. E’ una delle poche cose che mi riscalda da sempre.
Red Lilith{LN}

Rivoluzione (moto di)

Mi sveglio alle sette e sono ancora stanca. Il caffè riscaldato non sveglia. Sorseggio, vaneggio e dall’interno della stanza osservo la Ragazza alla finestra di Dalì – posta sul muro senza finestra - che dall’interno della propria stanza osserva l'esterno. Sorseggio il caffè riscaldato e mi chiedo: perché resta lì, fuori dal mondo? Appunto: ogni vaneggiamento ha un corrispondente logico da qualche parte.

Scuoto la testa, sorseggio il caffè riscaldato e giro il cucchiaino nella tazza. Si gira, si trottola, attratti senza speranza nel moto di rivoluzione. La vera rivoluzione è resistere nello stato di quiete e repellere l’inquietudine del continuo movimento sul proprio asse. Sono le sette e dieci e il sole spunta dietro il palazzo. Si perpetra anche oggi il delitto del moto perpetuo. Non poteva essere altrimenti.
Red Lilith{LN}

Tripartita

Primo giorno




Sono le nove di sera. Quando esco dall’aeroporto ho freddo e quando ho freddo la pelle mi duole ad altezza dell’inguine e mi duole il seno. Il sinistro. Sinistro si, il sinistro. Percorriamo l’autostrada che ci porta alla Valle, in silenzio. Sinistro si, anche il silenzio. A nord è inverno.

Mi resta poco da vivere, infinitamente. Sarebbe poco anche se avessi ancora cento anni di vita non vissuta. Penso allo spreco di vita in azioni noiose, in pensieri di accademia. Penso ai pensieri natali, ai pensieri mortali. Penso che il tempo dell’accumulo è trascorso, e che per il resto dei cento anni che potrò ancora vivere, dovrò procedere per impoverimento. Penso, mentre l'automobile procede in autostrada, tra fari che sembrano occhi rossi. Penso velocemente, come l'auto che ci conduce a casa, ma la comprensione è ancora troppo lenta. I pensieri sfuggono. Vanno sempre più avanti, sorpassano gli occhi rossi che ci precedono. Resto indietro. Trapasso le viscere di un monte sovrastato da un castello. Inizio a sentirmi a mio agio.
Sono le dieci e trenta di sera e siamo a casa. l’inguine mi duole ancora, il seno non più.
Secondo giorno
Ho fatto un viaggio a ritroso nel tempo. Quando usciamo dalla metropolitana, mi ritrovo Altrove. Altrove è ad un’ora in meno da casa. Devo regolare l’orologio, inizio già a procedere per sottrazione.
Altrove ha odori forti e molteplici. Annotazioni: la forte molteplicità ha un odore tenue di identità.
Altrove è il luogo del pensiero frammentato e sottratto, quindi impoverito. E’ il mio pensiero, vivisezionato e scandito dai rintocchi del Big Ben. Altrove è luogo molteplice e frammentato che non respinge alcun pensiero. Altrove ha una torre sinistra, come il seno che mi duole al freddo, o il silenzio nell’automobile che ci conduce alla Valle. Altrove è grigia e fumosa nel sovrastrato, dipinta e inedita sul suolo, pulsante e febbricitante nel sotterraneo. Altrove è così ricca che mi costringe all’impoverimento materiale. Altrove mi piace.
Sesto giorno
Sono le sei del pomeriggio inoltrato (o della sera appena accennata). Esco dall'aeroporto ed è mite. A Sud è ancora autunno (o è già primavera). Rientro nel luogo natale, ambiguo come l’avevo lasciato, appena più a destra dell’oriente e un po’ più a nord del sud più vero. Ritorno nel limbo del tenue, del pensiero doppio-sensista, dell’azione circolare, quindi viziosa. L’inguine non duole più. Il pensiero natale mi annoia ancora.
Red Lilith{LN}

Rara como encendida

Assisto impotente alla tua ennesima fuga. Niente di diverso dalle tante altre partenze, le mie anche. Ma questa volta, sento che con te vola via anche ciò che resta di questa domenica di novembre e dei suoi odori.

Seduta sul mio tappeto caldo, eccessivo, colorato, sfoglio, una dopo l’altra, con fame bulimica, le pagine di un libro triste. E' in sintonia con questo cuore. Resto quieta, quasi impietrita, avvolta dal tepore della lana, che è un surrogato della tua carne calda. Provo a trattenere l’armonia che mi trasmette l’esserti accanto. Ma si allontana ad ogni battito, come un aereo in volo, o una voce che si sfoca, o un’armonia in procinto di trasformarsi in nostalgia. Cala la sera. E mentre il sole scompare dietro un orizzonte cupo di tetti, penso che non sia più tempo di chiedermi dove sia la mia casa. Un rombo d’aereo interrompe il silenzio che mi rimbomba in testa. Ora, non è più domenica per me. O quasi più.
Red Lilith{LN}

Dipartite

E se mi ritrovo a piangere pensando a quelle due ore di sonno rubate alla veglia, ad esempio… cosa vorrà dire?
Dopo quel saluto al terminal dell’aeroporto, straziante come fosse stato un addio, mi aspettavano altri momenti di vita, altri altrove, altri volti, forse. Ma alle mie spalle, lasciavo quello che sempre era stato il mio unico paradiso. Lo vedevo scomparire velocemente dietro una gelida vetrata di plexiglass. Sembra inevitabile. Ogni paradiso porta con sé il destinato crudele di dover essere abbandonato. Presto o tardi.
Red Lilith{LN}

Di terra e di raccolti

Così è iniziata la lunga veglia. Contesa, tra i morsi della paura e quelli del desiderio. Notte insonne, con gli occhi comunque, perennemente chiusi, come se il buio potesse nascondere gli affanni, e le paure, e la (di)stanza che rimbomba di vuoto. Sento il filo delle emozioni che si dipanano e si fanno presente. Quattro giorni tra cime di montagne forse innevate. Insieme a te, sotto un albero di mele pronte alla raccolta. Mi vedo già, arrampicata sui rami alti, a cogliere i frutti più belli e più maturi, mettendo in gioco la stabilità che deriva dal restare ancorati alla -propria- terra. Sorrido, per quanto la paura di cadere non mi abbandoni. Chissà com'è, le cose più belle e le più buone, crescono lontare dalla portata dell’uomo. Spesso.

Red Lilith{LN}

Troppo vento, troppo sole

Dopo averlo fatto, ho analizzato ciò che era successo: dovevo sentirmi in pace per volere sistemare questo posto.
Ora, quando giro la chiave e schiudo la porta, avverto la sensazione piacevole di essere tornata a casa.
Dal balcone e dal terrazzino, lungo i due lati del piccolo appartamento, all’ottavo piano del palazzo grande, mi ubriaco di mare mentre bevo una birra ghiacciata. Schiuma di mare, vele bianche e salsedine. Pensa.
La casa, angolare, è sempre esposta ai venti e alle intemperie. Troppo sole, troppa pioggia, troppo vento, troppa afa. Troppo silenzio quando non ci sei, troppo rumore quando voglio restare sola. Troppo di qualunque cosa. Come me, d’altronde.
Red Lilith{LN}

*

Dicono che io sia una donna. Accovacciata sotto la coperta delle sue stesse emozioni. Di quelle pesanti che poi, un giorno, verranno riposte in un baule, all’angolo di una soffitta.
A volte, percepire lo scorrere delle lancette, è la sola cosa che sia in grado di rasserenarmi. Altre volte, l’intervallo tra un ticchettio e l’altro, quell’assenza assordante di rumore, quell’intervallo greve di silenzio, rende insopportabile ogni più piccolo peso.
Provo a spiegare che a volte esplodo in pianti incontrollabili e che l’importanza di ciò che porto sotto il giubbotto mi rende insofferente verso ogni più piccolo fragore esterno. Ma mi deridono. Dicono che i giochi della mente possano essere pericolosi. E quelli del cuore anche di più.
Ma... sono trascorsi due anni, e sono ancora qui, a scriverne, a stupirmi delle mie stesse emozioni, a chiedermi come si possa vivere di tutto questo senza morirne.
Ieri ascoltavo Einaudi e piangevo a singhiozzo. Ripercorrevo tappe, ricordavo momenti importanti o semplici sughi di funghi. Piangevo e mi si annodava l'anima in gola. Forse, voleva lasciare il mio corpo per raggiungerti. Credo fosse prossima a farlo.
Red Lilith{LN}

Spiritello rock

Ed è così che mi sembra di essere a volte. Cerebrale e macchinosa, ma anche istintiva e primitiva, e malinconica, ed emotiva, ma languida e appassionata, ed arrabbiata, e inquieta, e femminile, ma anche un po' maschiaccia, serena a volte, con gli attributi quadrati e lo spiritello rock, ma piango per un rimprovero ed arrossisco per un complimento di troppo. Scrivo di ogni mio umore per rendere giustizia a me stessa. Perché ogni giorno ha il suo stato d'animo, ed ogni stato d'animo ha la sua dignità e il diritto di essere raccontato.
[Ho il rock che fa da ponte tra le sinapsi]
Red Lilith{LN}

Mi turba la smania di conturbarti ancora

Un profondo turbamento, privo di ragioni e con un senso solo, preme contro il mio petto e mi irrequieta. E mi sento tesa, in balia e tesa, come una corda protratta oltre se stessa. “Di cosa mi vestirò”? Me lo chiedo ancora. Come una giovane al primo bacio o come me stessa all’ennesimo incontro. La faringe si stringe in una morsa che non cede spazio al cibo e il respiro si smorza un po’.
Ecco, mi turba la smania di conturbarti ancora. Senza dubbio. Si. No. Forse ancora oltre.
Red Lilith{LN}

Di incubi e di maglioni scomparsi

L’altra notte mi sono svegliata tra i contorcimenti, le lenzuola bagnate di sudore e la paura per un incubo appena sfornato.
Il sogno: rientravo a casa dopo una giornata di lavoro e mentre mi accingevo ad inserire la chiave nella serratura, mi accorgevo che la porta era già aperta. Intimorita, entravo in casa, quatta quatta, e dopo pochi passi, mi trovavo davanti ad un uomo che stava frugando nei miei armadi.
Un flash che mi ha abbagliata di terrore e che ha fatto scattare la molla degli occhi sbarrati.
No no, fermi, non cercate di interpretare il sogno sbirciando qua e là su internet. Non c’è nessun significato recondito. Ho solo notato, pochi giorni fa, che la serratura sta dando segni di cedimento. Quindi, la paura più o meno inconscia, che possano svaligiarmi casa.
Il mattino seguente ne parlo con il Gufo. Il suo commento al sogno è tranciante “Ma per favore! Se venissero i ladri a casa tua, cosa mai dovrebbero rubare? Guarda che se ti portassero via il divano e quel televisore obsoleto che hai, ti farebbero anche un piacere”.
Beh si, effettivamente non ho tesori nascosti tra la biancheria, né casseforti incastonate dietro la stampa del Guernica. Non ci sarebbe nemmeno cibo per dare al ladro sventurato di che mangiare, visto che il mio frigorifero è più desolato del deserto del Gobi.
Penso a queste cose mentre mi preparo per andare in ufficio. Cerco il mio maglioncino nuovo, quello bellissimo, quello che ho potuto comprare solo perché lo svendevano col 70% di sconto. Un affare del quale mi sono vantata per giorni. Giro per casa, ma non lo trovo. Non c’è più. Sparito. Evaporato. Dissolto. Puff.
Qui, i casi sono due: o l’ho dimenticato sul sedile dell'autobus, oppure mi è stato sottratto dal ladro del sogno. Ed era la sola cosa preziosa che avevo in casa!
Questi sono avvenimenti capaci di trasformare una giornata normale in una giornata pessima. Eh, ma se lo becco per strada quel ladro lì, prima lo tramortisco, poi mi riprendo il maglioncino, poi lo rianimo, poi lo ritramortisco e infine lo denuncio.
Red Lilith{LN}

Cosa vuoi dirmi, madre?

C’è un’antica immagine di donna che mi inquieta con la tranquillità del suo pragmatismo.
Cosa vuoi dirmi, madre? Ti ritiri a dormire sul tuo albero, come un lemure nella foresta dopo una battuta di caccia.
Dormi e non covi sogni. Dormi come quei lemuri che odiano il giorno e se ne stanno abbarbicati sul proprio ramo tutto il tempo.
Cosa vuoi dirmi madre? Mi guardi e non mi riconosci. Il tuo utero ha espulso cinque feti, ma il tuo ventre non conosce lo spasmo della libidine.
Guardo il mio ventre umido e il mio utero arido. E ancora mi domando se siamo fatte della stessa materia.
Red Lilith{LN}

Pensieri acidi

Sotto questa luce serale che assedia con ombre tenui, mi osservo come in una proiezione: nuda e in bianco e nero, un film erotico degli anni ’30, quindi terrificante, come ogni espressione carnale del passato. Sotto questa luce, un po’ acida, la natura affonda i suoi artigli e mi dilania, dilaga come un’infezione attraverso la ferita, disarma le difese erette nel tempo, prestando il fianco, mostrando la breccia, incurante dell’invasione che ne seguirà. Si potrebbe discutere, forse, se sia resa o battaglia all’ultimo sangue. È l’ultimo dubbio del giorno, prima dello spasmo di un corpo ritratto nel suo bozzolo. La vita chiama la femmina all’appello e la femmina vuole soltanto morire in un fragoroso orgasmo, che rimbombi nella ferita sempre viva, di una vita che strazia e che massacra. Vita che pulsa nella carne infetta. Se non hai il cuore aperto come le gambe di una puttana in un bordello, non puoi capire. Red Lilith{LN}

La voce del prigioniero

“Certi dolori, che provo da sempre, son fuori dalle lacrime. Ho smesso di comprenderli. Nel silenzio che mi occlude, conosco soltanto il terrore di giungere a morte senza essere vissuto. Sono sull’uscio della mia vita e la contemplo, come un bene che non m’appartiene veramente.
Penoso dolore di prigioniero. Vedo tutto concesso agli altri, in un trionfo di felicità che non conosco”.
Red Lilith{LN}

Attesa e frammenti

Certe sere hai la consistenza dell’aria.
Dell’aria che mi sovrasta,
dell’aria molesta che mi sovrasta il seno, il ventre, le gambe, che scivola tra le ginocchia e si insinua nei miei sogni.
Hai la consistenza dell’aria molesta che mi sovrasta e m’asciuga il sudore, del refolo che stride sulla pelle come il verso acido del Vento di Notte, lasciandomi addosso la voglia di affondare in tutta quell’aria.
Attesa e frammenti. Di questi attimi sorseggerò l'amaro di un liquore macerato con cura nell’attesa. Lo berrò per rinfrancare la mia anima afflitta da questa mia passione, inebriante come assenzio che annebbia la mente.
Solo questo ho da darti. E un corpo, placido, su cui ricamare l'emozione che mi hai provocato.
Red Lilith{LN}

Approcci simpatici

Io: Un biglietto dell'autobus per favore.

Lui (con l'occhio tra il mandrillo e il bambi, mentre stacca il biglietto): complimenti, lei è davvero carina. Come sta?
Io (tra il perplesso e l'imbarazzato): Bene grazie. E lei?
Lui: (con occhi più da bambi che da mandrillo): Eh, male. La donna mi ha lasciato.
Io (sempre più perplessa): Mi spiace. Quanto le devo?
Lui: ottanta centesimi. Sa, quando si viene lasciati dalla propria donna, si sta male.
(Silenzio)
Lui (con occhio da mandrillo in azione): adesso sono in cerca di un'altra donna.
Io: In bocca al lupo allora. Tenga pure il resto.
Red Lilith{LN}

Candido Ardore

Il mio grembo è un giardino di pensieri impuri come gigli. File ordinate di fiori germogliano nel caos della ragione. Brucia la carne sotto il fustagno del corpetto e mi sembra che null’altro abbia il candore di questo impavido ardore. Io stessa sono i miei pensieri. Sono quel giglio che nel suo essere sfacciato ed impuro, coltiva in sé il destino di non essere alcun altro giglio.
Red Lilith{LN}

Allo specchio

Lavoro come una clarissa tutto il giorno e di notte somiglio a una lupa irrequieta che ulula alla luna. Rispondo alla dottrina con l’eresia. Osservo le mie esuberanze con l’occhio complice di una compagna di baldoria. La pietra per la lapidazione è pronta, ma nessuno osa coglierla. Forse è scoppiata una bomba nel cassetto del Super-Io. Anzi, è così certamente
Red Lilith{LN}