giovedì 5 maggio 2011

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Dicono che io sia una donna. Accovacciata sotto la coperta delle sue stesse emozioni. Di quelle pesanti che poi, un giorno, verranno riposte in un baule, all’angolo di una soffitta.
A volte, percepire lo scorrere delle lancette, è la sola cosa che sia in grado di rasserenarmi. Altre volte, l’intervallo tra un ticchettio e l’altro, quell’assenza assordante di rumore, quell’intervallo greve di silenzio, rende insopportabile ogni più piccolo peso.
Provo a spiegare che a volte esplodo in pianti incontrollabili e che l’importanza di ciò che porto sotto il giubbotto mi rende insofferente verso ogni più piccolo fragore esterno. Ma mi deridono. Dicono che i giochi della mente possano essere pericolosi. E quelli del cuore anche di più.
Ma... sono trascorsi due anni, e sono ancora qui, a scriverne, a stupirmi delle mie stesse emozioni, a chiedermi come si possa vivere di tutto questo senza morirne.
Ieri ascoltavo Einaudi e piangevo a singhiozzo. Ripercorrevo tappe, ricordavo momenti importanti o semplici sughi di funghi. Piangevo e mi si annodava l'anima in gola. Forse, voleva lasciare il mio corpo per raggiungerti. Credo fosse prossima a farlo.
Red Lilith{LN}

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